Il dominio del linguaggio

Il linguaggio sta alla base della comunicazione interpersonale in quanto, con le parole, si accede alla medesima conoscenza. Se voglio una mela che c’è sul tavolo, ma non riesco a prenderla, ti domando la gentilezza di passarmela, tu me la passi perché, come me, sai cos’è. Finora, permane una certa capacità di reciproca comprensione rispetto alle cose da scambiare o da trafficare: una mela è una mela, un chiodo è un chiodo, un libro è un libro e così via.

Il linguaggio accorda sull’evidenza, almeno per adesso.

Parole

Il problema comincia ad esserci qualora il linguaggio non riesce più ad accordare sul genere perché la parola cessa di registrare il reale ed inizia a crearlo o, meglio, a mutarlo, a manipolarlo. Stiano vivendo nell’epoca che sancisce il “diritto civile” di definirsi biologicamente come meglio aggrada, a seconda della percezione del momento e con una generosa varietà di denominazioni: uomo, donna, qeer, binario e tantissimi altri generi.

L’ideologia del gender si diffonde ogni giorno di più, arrivando a creare e a imporre un nuovo linguaggio maggiormente neutrale nella declinazione del genere: basta menzionare le diciture «genitore 1» e «genitore 2», al posto di mamma e papà, nella modulistica di talune scuole per averne un grottesco esempio.

Il linguaggio e la politica

 Nella gestione della politica, per cui già sostanza e forma si confondono, l’arte nell’uso del linguaggio agevola non poco il dominio della popolazione. Anche qui, è sufficiente rammentare i termini più usati durante l’emergenza Covid-19: «quarantena», «fase 1», «fase 2», «fase 3», «asintomatico», eccetera. Sono tutti termini “emergenziali” o con accezione negativa.

Mi voglio brevemente soffermare su 2 di questi termini che proprio rivelano la facilità con cui una classe politica di totali trogloditi riesce a controllare e a piegare la presunta sovranità democratica.

«Asintomatico» dà l’idea di un soggetto malato che non manifesta una sintomatologia, ma in verità è un portatore sano del virus. Considerando il fatto che ciascuno di noi ospita dei virus, l’intento politico è quello di rendere patogena la più ovvia tra le condizioni naturali nel comune sentire.  

«Fase 3» segnala un tempo sospeso, ancora incerto, precario, nel quale bisogna convivere con un virus, che «clinicamente non esiste più» a detta dei medici davvero in trincea. Eppure, anche qui, politicamente prevale la necessità o, meglio, la convenienza di posticipare il ritorno alla normalità.

Per concludere, bisogna tornare ad amare il senso profondo, positivo e bello delle parole. Col linguaggio ci stanno imprigionando, ma sempre col linguaggio possiamo liberarci.

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